La devozione nelle Tavolate di S.Giuseppe
Inserito da admin il 9 mar 2017 | Nella categoria Magazine | Ci sono 0 Commenti
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meu beddhru iutame ca iou te ringraziu nu te fazzu rimanere fiaccu, te cucinu na beddhra taula, te la fazzu cu lu core ma sanime lu Salvatore’.

Anche nel la verso San Giuseppe affonda le sue radici nella cultura del bisogno, dove la verso i Santi diviene quasi un rapporto utilitaristico. Un ‘do ut des’ tra umano e divino condito da elementi liturgici e folcloristici che fanno delle Tavolate di San Giuseppe una tradizione antica, capace di rinnovarsi ogni anno, con la stessa vitalita’ delle origini. Una tradizione popolare che da qualche anno è tornata prepotentemente alla ribalta: il 19 marzo di ogni anno in molti comuni del Salento, da ma più in particolare in realtà come , , , .



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Sconosciute, peraltro, visto che la leggenda vuole che risalgano alla seconda meta’ del ’400, al periodo, cioe’, in cui migliaia di profughi albanesi approdarono in Puglia dopo la persecuzione turca del 1468. O, anche, all’usanza medievale che vedeva i signori del contado, i ‘patruni’, offrire da mangiare una volta all’anno a tutti i poveri. Al posto d’onore, a capotavola, ‘siede’ ovviamente San Giuseppe, la cui effigie, tra i fiori e le lampade votive, troneggia sui commensali-devoti. Ma la vitalita’ del rito perderebbe molto se non ci fosse un commensale, di solito il piu’ anziano del paese, a interpretare San Giuseppe, il quale, fornito di bastone, ritma il banchetto, imprimendo un’aura di suggestiva teatralita’. Quando l’anziano batte con un colpo di bastone sul pavimento e’ il segno che si puo’ iniziare a mangiare, quando arriva il colpo di forchetta sul piatto tutti devono arrestarsi, recitare una preghiera e poi passare alla pietanza successiva. Al Santo ‘si deve dare il meglio’, dice la tradizione. Ed e’ per questo che nei giorni precedenti la festa e’ tutto un fermento nelle famiglie dei devoti, impegnati a preparare le tavolate e le pietanze della festa. Dai ‘pampasciuni’ alla ‘massa’ (la minestra di ‘ciciri e tria’), dai ‘vermiceddhri cu ‘llu mele’ alle ‘rape’ e allo ‘stoccapesce’, insieme al pesce fritto e le ‘pittule’. Il tutto accompagnato dal buon locale e dalla benedizione del parroco, benedizione che si svolge in due fasi: quella delle tavole cotte il giorno di San Giuseppe, quella delle tavole crude la vigilia.

Tocca al devoto, rispettando precise gerarchie sociali o cogliendo l’occasione per riconciliarsi con qualcuno, stilare la lista dei Santi, dei commensali, cioe’, (di solito tredici), scelti tra parenti, amici e vicini di casa che devono sedere alla Tavolata con San Giuseppe. Sperando che il Santo, tra una portata e l’altra, rinnovi la sua benevolenza su chi, ogni anno, lo onora con tanta cura e dedizione.

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