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Itinerari: architetture
Non è facile definire l'immagine, il simbolo più rappresentativo con il quale il Salento si rapporta al resto del mondo: tale è la ricchezza delle testimonianze e delle tradizioni, che ogni indicazione rischia di essere inevitabilmente riduttiva.
Cedendo al fascino della "Grande Madre", l'opzione ipogeica sarebbe d'obbligo: nelle viscere della terra, nelle grotte disseminate lungo il paesaggio solare di sassose colline o di verdeggianti pianori, nelle cripte nascoste fra le macchie in cui da millenni signoreggiano l'ulivo e il carrubo, nelle mura del
Messapo, li un istinto primordiale spinge a cercare l'anima più autentica del Salento. Ma è, seppur portentosa, nascosta memoria. Visibili e più immediati sono altri segni, che hanno modificato il paesaggio in maniera unica e originale - castelli, torri, masserie e cinte fortificate - rendendo inconfondibile nel mondo questo lembo d'Italia.
Non meno di venti castelli fanno del Salento una poderosa unica fortezza, granitico baluardo, insieme con le torri costiere e con le masserie fortificate
dell'interno, alle centinaia di invasioni che nei secoli hanno fatto di questa provincia una terra di conquista per Normanni,
Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Veneziani, Saraceni.
A volte sono organismi immersi nel frastuono della vita, spesso sono sospesi nel silenzio delle campagne o si lasciano cullare dolcemente dalla risacca del mare: in ogni caso hanno cicatrici ancora vive di eroismo, di passioni, di potere e di servitù.
La configurazione attuale di quasi tutti i castelli del Salento risale al periodo rinascimentale (secc. XV e
XVI), anche se molto spesso i vari complessi inglobano precedenti costruzioni, come ad esempio nel caso del castello di
Copertino, di Gallipoli, di Otranto, di Acquarica del Capo, di
Presicce, di Morciano di Leuca e di Roca Vecchia. In nessun caso, però, appaiono stridenti le successive fasi evolutive: al mastio angioino seguono con grande armonia sia poderosi puntoni angolari a lancia sia torrioni perfettamente circolari; ad austeri portoni di accesso si aggiungono portali preziosamente decorati a rispecchiare la potenza del feudatario e cortine di coronamento alleggerite in un rapido rosario da merli a giglio e da altri elementi decorativi di forma rettangolare.
In altri casi i fortilizi sono espressione di un disegno unitario, di un progetto realizzato da architetti ossequiosi della tradizione
federiciana: emblematici il Castello di Carlo V, a Lecce (eretto tra il 1539 e il 1549), e la città fortificata, con baluardi e fossato, di Acaja (nel comprensorio di
Vernole), a pochi chilometri di distanza dal capoluogo salentino. Siamo di fronte a due espressioni massime sul fronte dell'architettura militare del Rinascimento non solo salentino ma di tutto il territorio nazionale, opera del valentissimo architetto Gian Giacomo
delI'Acaja, caro al cuore dello stesso imperatore Carlo V. Ultimamente il Castello di Lecce è tornato alla funzione più consona e naturale di contenitore culturale che tante province invidiano al capoluogo salentino.
Quanto ad Acaja, questo sorprendente complesso aragonese diventò la residenza del suo progettista e proprietario, per poi passare nel corso del XVII secolo alla corte regia e consegnarsi strutturalmente integro al gusto contemporaneo, nonostante le devastazioni subite ad opera dei Turchi nel 1714.
Un cenno a parte spetta il Castello di Corigliano d'Otranto, sintesi superba di funzionalità militare e di bellezza artistica. E' sicuramente il piu' ricco di decorazioni scultoree dell'intera provincia e tra i più visitati e ammirati del Sud Italia. Di proprietà privata, è a pianta quadrata con torri circolari, ognuna delle quali - caso unico nella vastissima fenomenologia delle opere fortificate - è dedicata a un santo (Sant'Antonio Abate, San Giorgio, San Giovanni Battista, San Michele Arcangelo): potere temporale e potere spirituale in un abbraccio secolare che sfida i tempi.
Le opere fortificate sono più frequenti nel Sud della penisola, avamposto cristiano contro gli infedeli: opere militari superbe conservano Salve (nel 1537 oggetto di massicci attacchi da parte di corsari algerini), Morciano di Leuca (Castello
Castromediano), Giuliano e Salignano (Castrignano dei Capo), Alessano (residenza fortificata dei
Gonzaga), Acquarica del Capo, con il castello sforzesco del XV secolo, Scorrano,
Taurisano, Tricase, con l'imponente trecentesco Palazzo Gallone ai quale guardano l'intatto castello trecentesco di Depressa e quello quattrocentesco dei Trane di
Tutino, Racale, Parabita, Palmariggi, Otranto con lo splendore del castello e della Torre
alfonsina, teatro di disperate resistenze, il castello degli Acquaviva di
Nardò, Gallipoli (che ingloba fortificazione bizantina e fondazione
angioina, con Rivellino del 1522, e poderosi bastioni),
Galatone, Copertino (con possente castello cinquecentesco, ornato da un arco di trionfo, e con annessa cripta paleocristiana), per finire con Castro, il cui castello sorto sui resti dell'antica rocca romana domina il Canale di Otranto ed è sentinella vigile sul mare.
Speculare al destino dei castelli è la vicenda propria delle torri costiere e delle numerose masserie fortificate in Terra d'Otranto, le prime distribuite in un'ideale catena come sentinelle lungo il litorale ionico e adriatico per avvistare le feluche saracene, le seconde dislocate strategicamente nelle aree classiche dei compren-sori di Lecce,
Nardò, Ugento, protagoniste dal XV al XIX secolo di una vera e propria epopea (le lotte dell'uomo contro i Turchi e contro i briganti di tutte le stagioni, le lotte della classe padronale terriera contro le minacce populiste, le lotte del contadino per la propria sopravvivenza fisica).
Le torri di avvistamento e di segnalazione, innalzate nel tardo Cinquecento (la più antica, a
Leverano, la torre federiciana del XIII secolo, mentre a Lecce sono visibili le torri cilindriche di Belloluogo e del Parco, rispettivamente del XIV e del XV secolo), sono, nella loro severa essenzialità, dei veri e propri gioielli di edilizia militare che connotano fortemente le coste salentine. Il turista potrà incontrarle in ogni luogo, e sarà sempre una gradita sorpresa ammirarle in controluce, quando il sole muore dentro il mare, a suggello di una storia che, da queste parti, è stata storia di vele corsare, di guerre, di tradimenti e di sconfitte.
Maestose quelle che spiccano sulla costa bassa dell'alto Adriatico, da Torre Specchiolla a Torre Rinalda, da Torre Chianca ai ruderi di Torre Veneri, da Torre Specchia Ruggeri
(VernoIe) a San Foca e a Torre dell'Orso, da Torre Santo Stefano alla Torre del Serpe, entrambe nel territorio di Otranto, da Torre Sant'Emiliano alla Torre di Minervino (che domina l'insenatura di Porto
Badisco), dalle torri di Diso, di Andrano, di Tricase, di Tiggiano e di Alessano alla torre dell'Orno Morto, che resiste impavida a
Leuca, per passare alle torri ioniche, partendo da Torre Vado, incombente sul porto, Torre Pali quasi naufraga in mezzo al mare, Torre Mozza e San Giovanni
(Ugento), Torre Suda (Racale), la gallipolina Torre
Sabea, la spettacolare Torre delle Quattro Colonne e la solenne Torre dell'Alto a
Nardò, arroccata su di un incantevole promontorio dal quale domina lo spettacolo di una costa che si perde a vista d'occhio, per finire, ancora in territorio
neretino, con Torre Sant'lsidoro e Torre Squillace, in contatto visivo, più a nord, con le torri di Porto Cesareo.
Stessa finalità difensiva, soprattutto in epoca feudale, avevano le masserie
fortificate, spesso veri e propri fortilizi con caditoie (Masserie Bellanova e
Scrasceta, per esempio, in territorio di Nardò, la Masseria
Melcarne, a Surbo, o la Masseria Gelsorizzo, ad Acquarica del Capo) che fanno da contrappunto alla piana salentina sulla quale si ergono a memoria e museo viventi di una storia in perenne conflitto con la terra.
A completare l'articolato panorama delle architetture del Salento, non potevano mancare quelle suggestive testimonianze della civiltà contadina dovunque note con il nome di
"paiare", trulli troncoconici sparsi nelle campagne, per secoli rifugio dei pastori e dei lavoranti agricoli, e primissima opera di antropizzazione degli spazi rurali.
A queste strutture così tipiche di quella che un tempo fu la
Messapia, si collegano per la tecnica costruttiva e per il reperimento del materiale lapideo occorrente le celebri e infinite teorie dei muri a secco serpeggianti nel territorio salentino, bianchissimi confini dei campi lasciati in eredità da secoli di sterramenti e dissodamenti.
Sono queste pietre, insieme con altre originalissime costruzioni come i forni, i frantoi ipogei di
Vernole, di Sternatia, di Copentino, di Cutrofiano, di Morciano di
Leuca, di Gallipoli e di Galatina, le torri colombaie, le neviere di Lecce, di
Trepuzzi, di Calimera, di Acaja, le pozzelle, i
cisternoni, i trulli ad ogiva di Specchia, di Otranto, e di
Borgagne, i pagliari di Calimera e di Martano, i ripari a gradoni del Capo di
Leuca, gli apiari, i fantasiosi pozzi artesiani e le migliaia di ripari stagionali in pietra disseminati in ogni angolo della provincia, a creare quella civiltà del bianco che è il vero, unico e definitivo elemento discriminante del Salento in tutto il mondo. Bianco, eredità greca e mediterranea, che trova nelle pietre (dalle architetture primordiali fino a quelle religiose, civili e militari) la sua più stupefacente e sempre viva interpretazione.
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